Nandù

Marco Panichella

Al centro di questo lavoro viene messa in evidenza la celebrazione del viaggio inteso come percorso spirituale. 

Nel 2008 Mauro Panichella trovò in Argentina il teschio di un nandù; un volatile della Patagonia simile a uno struzzo. Il cranio era disteso per terra in mezzo al deserto, decomposto e seccato al sole, sclerotizzato dalla natura e dal suo inesorabile esercizio. Quella massa organica era divenuta la traccia di una vita unilaterale che aveva terminato il suo tempo, della quale non rimane tumulo se non l’ancestrale riflessione del passaggio incorporeo tra la vita e la morte. 

L’artista fotografò il teschio e decise di portarlo in Italia. Un oggetto osseo che una volta faceva parte di un corpo, di un animale vivo, di un essere al quale l’uomo convenzionalmente ha dato un nome e sul quale lo studio scientifico opera per ricercane le costanti in vita e dopo di essa; fugace come un apparato vivente, ma eterno come la traccia che lascia sulla Terra.

L’artista veste i panni del ricercatore, che trova la traccia e l’amplifica, l’analizza e la risveglia riattivandone il timer e disegnandole un nuovo tragitto come opera d’arte.

Una documentazione concreta che lascia impronte e mette in luce il suo trascorso reale e imperituro. 

Nel 2012, l’installazione Nandù è stata presentata all’Ateliery Tranzit Hangar di Bratislava.

Dall’Argentina all’Italia, dall’Italia alla Slovacchia: Il viaggio del teschio segna una traccia che si è sviluppata nello spazio e nel tempo, come se alla sua reperibilità materialmente si contrapponesse una moderna ideologia virtuale che dà all’oggetto durata illimitata; che rende un documento un file. 

Celebration of the journey, as a spiritual path, is highlighted at the centre of this work.

In Argentina in 2008, Mauro Panichella came upon the skull of a Nandù [Rhea]: a Patagonian volatile that resembles an ostrich: a skull lying on the ground in the middle of the desert, decomposed, dried out by the sun, and made sclerotic by nature’s inexorable process. An organic mass that had become the only remaining trace of a one-directional life that had come to the end of its time and of which no burial mound remained; only this ancestral reflection of disembodiment, between life and death.

Panichella photographed the skull and decided to take it back to Italy: a bony object that was once part of a body, a living creature: a being to which, in his customary way, Man gives a scientific name and on which scientific research operates to investigate its constants when it is living and after it dies; as a living system its existence is fleeting, but when it dies the trace it leaves on the Earth is eternal.

The artist takes up the role of the seeker who finds this trace, amplifies it, analyses and awakens it, restarts its timer and prepares a new itinerary for it as a work of art.

Now it has become concrete documentation that leaves marks and brings into the light a real past life that is imperishable.

The installation Nandù was presented in 2012 at the Ateliery Tranzit Hangar in Bratislava.

The journey made by this skull from Argentina to Italy, and from Italy to Slovakia, now leaves a trace that has developed in space and time; it is as though a modern virtual ideology, counteracting the object’s material availability, has given it limitless ability to endure; a physical document that has become a digital file. 

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 © Mauro Panichella 2020 

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